Big Data, giovani professionisti per soccorrere le aziende italiane


19 Luglio 2012

Fabio Chiodini, collaboration & business intelligence Director di Avanade, ci spiega come le organizzazioni nostrane comincino a vedere nell'aumento dei dati una fonte di guadagno. Ma a patto di ricorrere alle competenze dei giovani talenti e a un canale rivitalizzato dalle responsabilità della consulenza


Non più un rischio, un'opportunità.

A due anni dall'esplosione del fenomeno Big Data, le aziende italiane cominciano ad abbassare la guardia di fronte al flusso, in aumento, dei dati che entrano nei data center  e cercano in questa mole di informazioni un margine per ingrandire i ricavi ed espandere l'attività del marchio.

 

Lo ha dimostrato Avanade lo scorso mese di giugno con la ricerca Is Big Data producing big returns?, e lo ha ribadito a Computer Dealer&Var il collaboration & business intelligence  Director Fabio Chiodini: “Rispetto a due anni fa, quando tra i Cio e i responsabili It era diffusa la paura che la grande quantità di dati non processabili dai normali database andasse a intaccare l'incolumità delle strutture di sicurezza e di storage, la prospettiva nelle aziende ora sta cambiando, e alle perplessità nei confronti di un fenomeno che comunque è irreversibile, a partire dalla centralità crescente del cloud computing e della mobility, sta subentrando la volontà di prendere il controllo della situazione, volgendola a proprio favore attraverso l'acquisizione di tecnologie adeguate e l'assunzione di nuove professionalità focalizzate sulle competenze matematiche e di Business intelligence”.

 

Secondo i numeri forniti da Avanade, fresca di nomina in qualità di alliance partner dell'anno di Microsoft nei settori della mobilità e dell'application management, le aziende nostrane infatti si “fidano” dei Big Data: l'80% del campione vi trova un'utilità per quanto riguarda i processi decisionali, mentre il 73% dichiara di averne già fatto uso o per far crescere il fatturato (57%) o per dare vita a nuove opportunità di lavoro (43%).

 

D'altra parte, il 93% degli intervistati ammette l'esistenza di difficoltà tecniche nella gestione di queste informazioni, e il 63% sente il bisogno di arruolare risorse umane dedicate allo scopo.

Ovvero, di ricorrere alle competenze di professionisti, meglio se giovani, dotati di una conoscenza approfondita del mondo dei social network e del calcolo computazionale massivo.

Nelle aziende oggi c'è bisogno di giovani che parlino il linguaggio del Web 2.0 e della Business intelligence e che sappiano fare uso dei moderni datacenter in the cloud” insiste Chiodini, che chiude spezzando una lancia a favore del canale: “In attesa che le aziende si dotino delle risorse necessarie a governare il fenomeno, un aiuto fondamentale può arrivare subito dall'attività di consulenza e di outsourcing di Var e system integrator”.

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